C’era una volta una cavigliera d’oro … poi ha fatto harakiri! [Art semiserio ahahah]

Non tanto tempo fa acquistai una caviglierad’oro, per l’appunto. Lo so cosa vi state chiedendo: “ma perché, esistono le cavigliere d’oro?”. La risposata è “sì”. (Io stessa l’ho scoperto per puro caso, durante una sessione di shopping terapia ahahah: passo davanti alla vetrina di una gioielleria e sbaaaam la vedo. Il verbo “acquistare” che ho utilizzato all’inizio di questo articolo vi avrà fatto intendere che non mi sono limitata a guardarla. Beh, insomma, sì, ecco, l’ho comprata. Era estate, cosa avrei dovuto fare? Mica è colpa mia se non era Inverno!?).

Non faccio neanche in tempo a tornare a casa che me la allaccio alla caviglia. Bellissima! Piccola premessa: non sono quel tipo di persona che una volta comprata una cosa, sta lì a fare attenzione “Oddio, mo se sporca. Oddio, mo se rompe. Oddio, se rovina. Oddio, mo se consuma”. No! Frega nulla! Quindi, anche in questo caso, l’ho “montata” e ciaone.

Ma, vi dicevo, era estate … e l’estate si va la mare, è legge proprio. Indovinate? Quella gran figlia di … Loredana ha fatto harakiri. D’accordo, invece di squarciarsi il ventre con una lama sacrale s’è squarciato il gancetto della chiusura (o, almeno, credo perché avendola persa non so com’è andata davvero. Magari ha fatto la fine degli spaghetti in mano agli stranieri: spezzata). Fatto sta che io mi sono ritrovata a caviglia nuda ahahhaa. (Che poi, chissà se l’ho persa davvero quel giorno).

Ci sono rimasta m a l i s s i m o !

Roba che ho ripassato il rosario a mente, nei dettagli proprio, perché mi piaceva troppo! Ma vabbè, ormai era andata!

L’estate scorsa, ecco che ecco che spunta un “vu’ cumprà” (è socialmente accettabile il termine “vu’ cumprà”, o insorgono le categorie di rappresentanza?), lo fermo e gli chiedo “ehi scusa, c’hai na ‘ssigaretta” ah no, quello era Pino dei Palazzi. Daiii ahhahah, gli chiedo se avesse una cavigliera. E quello mi fa “no”. “Ma come no?” penso “Ma che cazzo! Ho beccato l’unico ambulante della costa che non vende la cavigliera” allora gli faccio: “E queste che hai tra le mani che so’ scusa?”. “So’ collane”. “Ah, e qual è il problema? Dammene una va!”. Taac, dopo aver barattato sul prezzo come solo i mercanti più abili sanno fare (non è vero, non so tirare sul prezzo, mi vergogno solo a pensarlo, per questo se mi dicono 10 do 10, 20 tiro fuori le 20 e via dicendo) avevo la mia nuova collana da appendere alla caviglia. Solo che a differenza di quella pregiata questa (che, inizialmente non avevo apprezzato), a distanza di un anno, ancora sta al suo posto.

Qual è la morale?

La morale è che troppo spesso tendiamo a sopravvalutare le persone, in virtù di quell’aurea di prestigio che le accompagna e a “disprezzare”, a trattare con troppa sufficienza coloro i quali, invece, necessitano di un po’ più di tempo per entrare in gioco e rivelarsi. Non parlo solo di apparenza, perché quella conta molto (apparenza, anche nel senso di “modo di approcciarsi”, perché per me l’abito spesso lo fa il monaco, avoja). Parlo proprio di partire prevenuti. Spesso attribuiamo un valore eccessivo, in quanto valore universalmente riconosciuto da tutti … a scapito delle chicche e delle persone “di nicchia”. Ora, per esempio, guai chi me la tocca questa collanina che ho trasformato in cavigliera, ma quando l’ho comprata, ammetto di averla sottovalutata. I cavalli di razza si vedono sulle lunghe distanze e a distanza di due stagioni, posso dire che la tonante cavigliera d’oro è stata stracciata dalla piccola cavigliera con i cuoricini … bellissima!

(E buona Festa dei Lavoratori … anche se io ancora aspetto che qualcuno mi dica: “in realtà, sei una ricca ereditiera”!)

Come ti smonto … WHAT / IF! [+ una cosa che mi ha letteralmente MANDATO IN BESTIA durante tutta la visione! GRRR]

Vi avevo detto che per togliermi dalla mente quella cagata immane di “Behind Her Eyes” avevo scelto di guardare la prima serie tv che mi sarebbe capitata a tiro? Beh, ecco: così facendo ho messo in pratica il famoso detto “dalla padella alla brace”. La prima serie che mi è capitata a tiro, come saprete – perché l’avete letto qui (e facciamo che l’avete letto, ahahah) – è stata, appunto, WHAT / IF che non solo non mi è piaciuta granché (colpo di scena a parte) ma ve la smonto pure.

Sappiate che il ritardo nella pubblicazione di questo articolo è dovuta al fatto che volevo dare il tempo a tutti di vederla, questa serie*.

Sarò breve: Lisa, scienziata idealista e ideatrice di una start up medica (la Emigen), grazie ai finanziamenti della benefattrice (interpretata da Renée Zellweger) finalmente realizza il sogno della sua vita: brevetta il suo protocollo per curare i bambini affetti da una rara patologia, altrimenti destinati a morire.

Dunque, Lisa, idealmente, potremmo considerarla una (piccola) Stephen Hawking con i tacchi … piccola, rispetto ad un genio come lui, ma popolare (almeno nella sua palazzina ahahah).

Bene, te la smonto esattamente qua, What / If: esattamente quando le ingabbiano il marito. Per la cronaca, lei era volata con la sua benefattrice ad un convegno per esporre i risultati della sua laboriosa ricerca per un imminente lancio sul mercato. Il caso ha voluto che durante questa breve (ma che dico breve, brevissima assenza (durata un giorno, praticamente)) le abbiano arrestato quel pezzo di stronzone del marito. Indovinate? Lei rientra a casa, non lo trova e (assurdo assurdissimo) non sa che fine abbia fatto.

Cioè, arrestano la moglie di Stephen Hawking e nessun quotidiano online, nessuna Rete Capri, nessua @puffettina69 di tuitter, lo scrive?

Ma che big cagata è questa?

Vogliono farci credere che una scienziata del suo calibro, in piena ascesa, non ha un Travaglio con un dossierino alle spalle che faccia i titoloni sull’arresto del marito? Per omicidio, poi, manco a dì per aver attraversato due regioni rosse senza pass vaccinale e/o autocertificazione. Ma chi ce crede!

Infine, un disturbo che ha caratterizzato l’intera visione dello show: le labbra secche della Zellweger. Giuro: sono stata tutto il tempo a sperare che se le umettasse (non dico sempre, né di continuo ma) almeno una volta a puntata … giusto per fare contenta me. Invece no.

*non è vero: il ritardo è dovuto al fatto che 1) non avevo voglia, 2) non avevo tempo ahahahhahah

Cià!

Sostenere una libreria indipendente, senza uscire di casa, si può! Vi spiego come!

Ubi maior minor cessat, il 99% delle volte è così: pesce grande, mangia pesce piccolo. In questo caso “libreria grande” … mangia “libreria piccola”. Inutile girarci intorno: le grandi catene di librerie non lasciano che le briciole alle indie (anche se, causa pandemia, in molti hanno riscoperto le librerie di quartiere dunque anche quelle a conduzione familiare, indipendenti, hanno respirato una boccata di ossigeno).

Ma non tutto è perduto, neanche in zona rossa. Sostenere una libreria indipendente è possibile e io l’ho scoperto totalmente per caso. Sì, per puro caso. Chi mi conosce sa che leggo principalmente su Kindle (che ho già definito la più grande invenzione degli ultimi tempi) … ma le librerie le frequento lo stesso, ovvio, anche solo per prendere spunto per le nuove letture. Capita, però, che non tutti i titoli siano disponibili in formato ebook e allora due sono le cose: o dirigo la scelta su un’altra opera (cioè, me ne faccio piacè n’altro libro, molto semplicemente ahahaha) o compro il libro fisico. Ma con la zona rossa? Sì, ok, in libreria puoi andare, ma per chi, come me, cerca di ridurre al massimo le uscite (questa è una delle cose che non avrei mai pensato, non solo di scrivere, ma anche di fare. Io che non esco? Questa è follia, ma anche un’altra storia vabbè) non rimane che buttarsi sugli store online.

E qui la scoperta! Su Instagram seguo la pagina di una libreria indipendente che, a cadenza giornaliera, pubblica titoli più o meno nuovi. Che faccio, io? Quelli che mi piacciono, li compro in ebook. E così avrei voluto fare anche con “La signora del Riad”, ma surprise surprise (bella sorpresa del ca’) esiste solo in versione cartacea. Che faccio? Vado su Amazon, ma all’ultimo secondo mi viene il rimorso di coscienza (io che ho un rimorso di coscienza, ahahahah, oddio quante cose strane che capitano causa Covid): mi pareva giusto contattare la libraia di IG. Ecco allora che ho scoperto che esiste questo sito “Bookdealer” che sostiene il mondo dell’editoria indipendente. Come funziona? Selezioni il libro, lo metti nel carrello, selezioni la libreria “di quartiere” da cui vuoi acquistare e taaac, due giorni dopo (massimo) ti arriva il libro, a casa. In alternativa, si può anche scegliere il ritiro nella libreria.

Più semplice di così si muore … o siete la Bergonzoni!

[Sono stanca morta, ho scritto di fretta, abbiate pietà ahahahhaah]

“WHAT / IF “: cosa rischieresti per ottenere tutto? 10 motivi per iniziare questa serie … che ho scelto “al buio” [NO SPOILER]

Come saprete, sono reduce da “Dietro ai suoi occhi” e dietro i miei di occhi, non è un segreto, ha piovuto … dato che mi ha fatto piangere e non nel senso buono di “commuovermi” perché troppo bella, ma piangere proprio per quanto è stata brutta (se non l’avete letto, è grave ok, ma potete rimediare cliccando qui).

Il fatto che io sia sopravvissuta a cotanto spettacolo indecente, mi ha spinto alla ricerca di una nuova (e spero brillante) serie tv, capace di cancellare questo brutto ricordo. Tipo chiodo schiaccia chiodo. Ecco, allora, che ho premuto play sulla prima serie tv che mi è capitata a tiro (a chi tocca non se ‘ngrugna ahahaha), senza conoscere trama e retroscena, e la prescelta è stata lei: WHAT/IF.

Per ora ho visto l’episodio pilota (57 minuti) e, ammetto, di averlo apprezzato e molto!

Per questo motivo, ho deciso di elencarvi 10 motivi per cui vale la pena guardarla.

1. C’è Renée Zellweger (è la prima volta che recita in una serie tv);

2. L’ideatore di questo thriller neo-noir è Mike Kelley, lo stesso di Revenge (che io ho amato alla follia): una garanzia, praticamente!

3. La storia inizia con un monologo, molto accattivante, sul libero arbitrio e sul fatto che – se lo desideriamo ardentemente- possiamo essere e fare tutto ciò che vogliamo, nella vita;

4. Anne Montgomery (la Zellweger), appare sin da subito un personaggio folle, misterioso e potente al tempo stesso; è autrice di un best seller legato al monologo ed è considerata il finanziatore più spietato degli Stati Uniti;

5. C’è il lupo cattivo e l’agnellino, due nello specifico: moglie e marito, Sean e Lisa che, a differenza di Anne, non navigano nell’oro dunque, facilmente influenzabili;

6. Si parte a bomba con la questione morale, più precisamente della dubbia moralità: cosa siamo disposti a sacrificare per raggiungere i nostri obiettivi? Cosa rischieresti per avere tutto? Il matrimonio?

7. C’è la proposta indecente: ti do il denaro in cambio di una notte con tuo marito (con tanto di contratto e clausola di non diffusione di qualsiasi tipo di informazione relativa a quella fatidica notte, né tra coniugi né con amici. Ciò che succede resta tra Anne e Sean, il caso è chiuso);

8. C’è l’inevitabile cambiamento conseguente alla proposta indecente e la relativa trasformazione etica di ogni individuo!

9. Le gambe di Renée Zellweger: Cristo, che gambe! Fantastiche!

10. Vabbè, dai, che vi costa? ahahaha

Ogni “Dietro i suoi occhi” … c’è una grande pazienza (e un bel culo)! [NO SPOILER, lo potete leggere!]

Probabilmente, l’unica cosa bella che vedrete in questa miniserie britannica su Netflix sono le fossette di Venere del dottor David Ferguson (mentre è al letto con sua moglie Adele) e per farlo, dovrete aspettare l’ultimo episodio. La nota positiva è che, in quanto miniserie, gli episodi sono solo sei (certo, di 50′ minuti ciascuno, ma questi sono dettagli) per cui, ora che ve l’ho detto, se l’avete iniziata e siete tentati di abbandonarla, sappiate che vi perderete questo spettacolo.

Ok, ci sarebbe anche un’altra cosa bella, anch’essa presente all’ultimo episodio (l’avranno fatto di proposito? Boh/Non sa /non risponde ahahah): la camicetta in organza con le margheritine di Zara, di due anni fa, indossata da Louisema qua, lo ammetto, sono di parte perché ce l’ho pure io. Quindi: obiezione vostro onore. Accolta. Restate sulle fossette sul culo di Adam e andiamo avanti. (No prima un’altra cosa: ora che ci penso, la tazzina piena di caffè sul tavolo che David prende per bere e che, tornata sul tavolo è completamente pulita come se non avesse mai contenuto nulla era un indizio … un segno che mi diceva “lascia sta, non vale la pena”. Morale? Mai sottovalutare i segni!)

Insomma, avrete capito che i protagonisti di “Behind Her Eyes” (ma sì, diamoci un tono) sono tre: lo psichiatra David Ferguson (Tom Bateman), sua moglie Adele (carica di soldi) e la segretaria poraccia (in tutti i sensi) Louise (Simona Brown) madre single che, indovinate?, si invaghisce del bel dottore (senza averlo visto nudo!).

Ma la povera Lou ha pestato i piedi della puttana sbagliata (ma sì, diamoci un tono ahahahahah) e si infila in una storia più grande di lei … che ha dell’incredibile, no davvero … è incredibile davvero la storia, perché guardare questa serie equivale ad abbandonare ogni logica dal momento che ad un certo punto (dopo il terzo episodio, credo) salta fuori un elemento sovrannaturale: una tecnica chiamata “proiezione astrale” che Adele (donna problematica che dopo il rehab a seguito della morte dei genitori cerca di ricostruirsi una vita) insegna a Louise (sì le due sono diventate amiche, sì) per per controllare i sogni ed astrarsi letteralmente dal proprio corpo.

Ecco, sappiate che l’ultimo episodio ruota attorno a questa cagata di dimensioni colossali chiamata, appunto, “proiezione astrale” indispensabile per comprendere il finale (cagata pazzesca anch’esso, ecco spiegata l’esistenza dell’# #WTFThatEnding) e il senso dei continui flashback della vita di Adele in rehab e della sua amicizia con Rob (già Rob, co-protagonista super protagonista in realtà).

Ci vuole pazienza! Oh, però voi ricordatevi delle fossette eh!

Ah, quasi dimenticavo: Adele è interpretata da Eve Hewson, la figlia di Bono Vox. Che sbadata!

Il linguaggio sessista, nel 2021? Ma basta! Ma che noia!!!

In molti, ieri, mi avete chiesto cosa intendessi per “battute” e spiritosaggini costruite sugli stereotipi di genere e per questo ho deciso di approfondire l’argomento (ma non troppo, perché sennò poi mi accusate di essere noiosa e abbasso la noia foreva end eva)*.

L’idea del post su Twitter (comunque a noi di tuitter piace scrivere tuitter, se siete di FB non potete capire) mi è venuta dopo che in tl (a questo punto credo che la mia sia maledetta!) mi sono passati due post che mi hanno fatto alzare la pressione– uno di una donna, l’altro di un uomo – entrambi contenenti un meme che aveva, per protagonista, un “luogo comune” legato al genere femminile!

In quello postato dalla donna, c’era questo:

mentre in quello dell’uomo, c’era un parcheggio a spina di pesce con le macchine parcheggiate all’interno degli stalli obliqui ma in senso opposto, insomma al contrario: invece che verso sinistra, verso destra! Insomma: non sappiamo guidare e non siamo professionali, secondo loro.

Ecco, per me (ma credo e spero anche per molti e molte di voi) non c’è nulla da ridere. Cioè, dai, non fanno ridere queste cose! Al massimo piangere, perché se nel 2021 c’è ancora chi si diverte con queste cagate stiamo messi (messe, soprattutto) malissimo!

Perché questo genere di “battute” è come una gabbia! Perché anche basta! Perché queste sono discriminazioni belle e buone che dovrebbero essere superate! Trattasi di linguaggio sessista fondato sugli stereotipi di genere ECCHEPPALLE! Basta!

Ecco qualche esempio (a cui consiglio di aggiungere, alla fine, questa di espressione “un par de cazzi”)

1)“donna al volante, pericolo costante” un par de cazzi!

2)”chi dice donna dice danni”

3)”Hai il ciclo, ecco perché sei nervosa”

4) “o sei sei bella o sei intelligente” (ecco questo mi manda in bestia)

5) “signora o signorina”, ma signora o signorina cosa? Avete mai sentito la stessa domanda ricolta ad un uomo? No, ovviamente!

Ma basta co’ ste cazzate! Per non parlare del linguaggio androcentrico, attorno al quale si è organizzato l’universo linguistico (“Gli uomini della preistoria”, “La storia dell’uomo” e simili ). Occorre adeguare il lessico e linguaggio della comunicazione perché, ehi, anche noi donne facciamo parte della società belli!

*Non è vero, nessuno m’ha chiesto niente, me la so’ cantata e sonata ahahahahahah

Se siete permalosi, Twitter non fa per voi! Io amo la polemica

Se siete permalosi, probabilmente, Twitter non fa per voi. Estenderei il discorso ai social, in generale. Ma parliamo di Twitter, che è la piattaforma che mi piace di più (e che utilizzo, di più).

Leggo sempre più spesso, robe tipo “se siete polemici e non vi piace quello che scrivo/che scrive la ggggente andate oltre e non rompete”.

Ennòòò, bella de’ zia (bello de zia, se uomo ahaha (bello, per dire, ovviamente!)). Sei su un social, hai il profilo pubblico, se voglio commento, se non voglio non commento, ma il punto è che decido io non tu. Se non ti sta bene, metti il lucchetto, blocchi, o utilizzi la nuova (imbarazzante, a mio avviso) funzione che permette di selezionare gli eletti che possono rispondere al tuo tuit. Se non fai nulla di tutto ciò, leggi il mio commento e non rompi le balle (al massimo non rispondi).

Sì, perché io amo la polemica, quella di un certo tipo ovviamente (ma anche quella “tanto per rompere i coglioni quando mi annoio”, perché sono onesta: non butto via nulla ahahaha. Sempre nel rispetto della persona che riceve il messaggio. E comunque, sappiate che mi annoio spesso e molto facilmente).

Mi piace la polemica perché genera la discussione. La discussione favorisce lo scambio di idee e lo scambio di idee apre la mente. Poi, magari, ognuno rimane ancorato ai propri pensieri, per carità, ma è pur sempre un arricchimento. Tutto è lecito, tranne offese personali, minacce e insulti di ogni ordine, grado e genere (e scrivere “se siete polemici andate oltre”, perché a me, quando leggo ‘sta frase, si tappa automaticamente la vena e sento il dovere morale di intervenire ahahahah).

La domanda su cui riflettere è una e una soltanto: ma perché se scrivi una cagata grande come la penisola iberica, io devo tacere? Dove sta scritto? Io non sto zitta manco pe’ niente. Al massimo stai zitta/o tu, se non hai argomenti. Chi stabilisce, cosa? Ripeto, se siete permalosi abbandonatelo Twitter … e apritevi un diario segreto, così potete raccontarvi “so’ figa, so’ bbella, so’ na fotomodella” … senza che arrivo io a farvi il solletico.

È il gioco bellezza. Il gioco! E tu non ci puoi fare niente! Niente! [semi cit.] Al massimo eliminare l’account.

P.S. Nella foto, sono io che vi cerco ahahahah

Storia di centesimi mancanti, prezzi tondi e colonnine!

Ve lo ricordate il magnifico consiglio finanziario che che vi ho regalato giorni fa? Ma come no? Quello del pagare “una volta cash e una volta con la carta, durante una sessione di shopping, così da avere l’impressione di aver speso la metà”. Eh! Quello! Ovviamente è tratto da una storia vera, la mia (anche perché qua, se poco poco t’azzardi a parlà a nome di un altro, te ritrovi Taormina sotto casa che si spara i selflie dal basso mentre aspetta che gli apri. Per carità diddio).

Quello che non vi ho detto, però, è il lato negativo … di questo, eeemh, supermegafantastico consiglio! Perché c’è sempre l’incul … cioè, la fregatura! In questo caso, la riserva il pagamento in contanti.

Una cosa che tutti, sì tutti, ci siamo sentiti dire, almeno mille volte nella vita è “scusa non ho il centesimo di resto”. Scusa, non ho il centesimo di resto COSAAAA? Che cazzo li fai a fare i prezzi così, se poi non hai il centesimo di resto? Ci fosse una volta che te lo rendono, mai praticamente. Però le robe a 9.99, 4.99, 6.99 e l’anima dei mortacci a .99 la vendono. Come mimino devi avere un cassetto pieno di centesimi!

E proprio così, m’ha risposto la commessa al momento di farmi resto. Le dovevo 9.99, le allungo 10 euro e “scusa non ho il centesimo di resto”. Allora, partiamo dal presupposto che già che compro 3 miserabili mutande 9.99 te mi dovresti ringraziare, perché giusto i pazzi (ne ho prese tre, perché era un’offerta … capita anche di pagarne una 6.99, per dire. Ok non lo diciamo, che è meglio). Se, poi, te te ne esci con la storia del centesimo mancante, io mi sento ancora più scema perché, provate voi a dire “scusa, non ho il centesimo”, col cazzo che te da le mutande, anzi: ti toglie pure quelle che porti! Perché facendo due calcoli, con tutte le volte che non me l’ha ridato, come minino un euro l’ho accumulato! Ecco, lunedì torno e dico che non ho un euro, vediamo che succede.

Ma la peggio è successa in un negozio di abbigliamento. Entro, c’era una mini bag scontata dell’800% e che fai? non la compri? (Che domande, ovvio che sì, le bbbasi proprio). Era di nuovo il turno del pagamento in cash (ormai avete capito il meccanismo, no?), sul cartellino leggo 9,99 (ahahaha manco avessi sottoscritto un abbonamento), vado in cassa e la ragazza mi fa:

“Ci sono i ribassi, stiamo facendo i prezzi tondi, da oggi”.

“Ah ok, quindi?”

“Ecco, questa viene 7euro”.

Non faccio in tempo a tirare fuori 10 euro che mi sento dire “eh ma non ho 3 euro di resto”. Provo a darle due euro, ma dice che non ha 5. Prima di alzare gli occhi al cielo, mi giro prendo un coso tondo (pensavo fosse un portamonete, invece era un mini portagioie) che costava 2,90 e dico “guarda aggiungi questo, senza che mi dai 10centesimi”. Gli dà una pistolettata e viene fuori che il prezzo tondo di quell’affare era 5 euro. Ahahahahahaha, l’ho rimesso a posto (per principio) e ho pagato con la carta (anche se non toccava a lei, infatti s’è risentita). Follia!

In tutto ciò, stamattina la colonnina rileva temperatura mi ha fatto infartare; è andata in tilt, iniziando a lampeggiare in rosso scrivendomi di “chiamare la guardia medica” giusto il tempo di farmi fare il film il cui finale prevedeva me chiusa in un sacco nero, con tanto di zip centrale (stavo senza eye liner e avevo pure i capelli di merda, per cui sai che figuraccia morta in quel sacco. Ecco, un altro consiglio: de ‘sti tempi uscite sempre con i capelli fatti, che non si sa mai!). Poi, evidentemente, le avrò fatto pena e ha rilevato 36.5. Grazie colonnina, fossero tutti come te (ma sappi che rischiato di essere buttata giù a calci)! Col cuore (come dice, cioè diceva Barbarella, chissà … magari ora lo dirà Zingaretti).

P.S. Nella foto sopra, non è che volevo fare la phaiga … è che avevo il sole in faccia! Ahahahah

Il Covid19 è come il gioco delle sedie musicali!

Italiani: popolo di santi, poeti, navigatori e … portatori sani di SARS-CoV-2. Da un anno, ormai, ci addormentiamo col Covid, lo sogniamo, ci svegliamo con lui, facciamo colazione con lui. Insomma, è diventato uno di casa, tanto che alcuni stanno valutando l’idea di inserirlo sullo stato famiglia.

Il virus è tra noi, vive con noi, ma non si fa vedere se non attraverso le vittime, innocenti, che miete. Già, le vittime – in crescente aumento, ultimamente. Tutti conosciamo almeno una persona che si è ammalata di coronavirus; solo pochi fortunati non sanno di cosa parlo (negazionisti a parte, chiaro, perché quello è un altro discorso). Il vicino di casa, il cugino, la badante dell’anziano del secondo piano, l’anziano stesso, la figlia del collega del cognato. Perché una cosa è certa: il virus può prendere tutti, senza distinzioni di razza, sesso o religione. E sì, può “sorprendere” tutti, anche noi che seguiamo alla lettera le misure anti – contagio (che, di base, sono tre: distanziamento sociale, utilizzo della mascherina e lavaggio delle mani).

Da qui l’idea, più precisamente la metafora, che il Covid sia come il gioco delle sedie musicali, quello che facevamo all’asilo, per intenderci (o, almeno, io, dalle suore, ci giocavo). Avete presente? Consiste nel predisporre tante sedie quanti sono i giocatori, meno una (ad esempio, sette giocatori e sei sedie).

Ok, più che il Covid, è il meccanismo di contagio da coronavirus che immagino essere come il gioco delle sedie; un gioco dove noi non siamo soltanto dei semplici giocatori, ma anche delle potenziali vittime; un game a eliminazione dove il partecipante che rimane senza sedia perde, si ammala e, nel peggiore dei casi, muore. (Per fortuna, il più delle volte guarisce!). La differenza è che, a farla da padrone, non è la musica ma un ceppo virale scoperto alla fine del 2019, di cui ancora sappiamo poco. Al massimo che sta mutando. D’accordo, abbiamo i vaccini, ma anche in questo caso … la situazione è nebulosa (che ad ogni modo vanno fatti, chiaro)!

Come nelle musical chairs, vince chi riesce a sedersi, chi trova la sedia è salvo.

Ma è una vittoria di Pirro, perché nel frattempo ha visto cadere i suoi compagni di gioco, uno dopo l’altro, alcuni per non rialzarsi mai più.

Che la mia T-Shirt sia di buon auspicio: STAY STRONG!

Tiny Pretty Things: trama, recensione e 5 risposte a domande che tutti si pongono durante la visione! [NO SPOILER]

TINY PRETTY THINGS (L-R) KYLIE JEFFERSON as NEVEAH STROYER, DANIELA NORMAN as JUNE PARK, and CASIMERE JOLLETTE as BETTE WHITLAW in episode 4 of TINY PRETTY THINGS. Cr. SOPHIE GIRAUD/NETFLIX © 2020

Tiny Pretty Things è una della nuove serie tv noir (tratta dall’omonimo romanzo di Sona Charaipotra e Dhonielel Clayton) targata Netflix (se non avete l’abbonamento, peggio per voi e saluti a Don Matteo) disponibile sulla piattaforma streaming dal 14 Dicembre 2020.

Siamo a Chicago, nella prestigiosa accademia di danza classica, la Archer School of Ballet (l’unica scuola di danza ad alto livello di Chicago che sforna talenti per la compagnia professionale della città, la City Works Ballet). Insomma, siamo in una scuola di ballet in compagnia di adolescenti incasinati col sogno di fare carriera come ballerini di danza classica, con tutti i problemi tipici di chi ha quell’età con l’aggravante che loro sono praticamente rinchiusi.

La serie si apre con una delle allieve che, mentre a tarda notte danza sul cornicione dell’edificio della Archer, cade e mentre lo fa ci tiene a sottolineare che “non importa quanto tu voglia volare, la gravità vince sempre” (e graziearcà, ce lo metto io). Scoprire com’è andata davvero quella sera, sarà la narrazione di fondo che lega tutti e dieci gli episodi. Nel mezzo, le storie di questa banda di disgraziati … alcuni, secondo me, addirittura disadattati sociali, con le loro vite, i loro sogni, le loro famiglie disfunzionali, i loro drammi e i loro ormoni a palla.

In sostanza, trattasi di un teen drama, dove c’è del mystery e alcune sequenze oniriche molto vicine all’horror.

Impressioni mie:

La serie è carina, scorrevole e piacevole. Non brilla come un’etoile al debutto, ma c’è di peggio (vedi Freud, sempre su Netflix, quella era merda allo stato puro. Ma andiamo avanti). La prima cosa che salta subito agli occhi è la competitività che c’è tra gli allievi: credo di averla vista solo in “Non è la Rai”, con ragazze che si slogavano il collo per un’inquadratura in più. Ma tutto sommato piace (a me è piaciuta), è una rivalità sana che non esiste all’esterno della scuola (i ragazzi, fuori, infatti, sono amici più o meno. Le ragazze di “Non è la Rai” nemmeno quello). Del resto, la Archer è una specie di lager nazista (relax, è una metafora, nulla è paragonabile ad un lager. Lo so da me) con tanto di SS, capitanate da una specie di maitresse (tale Madame Dubois) donna austera e intransigente che non si arrende al passare del tempo (è la classica dietro liceo davanti museo, gran bella donna comunque). Sullo sfondo, una poliziotta che sviluppa una vera e propria ossessione per l’accaduto e che sbuca pure dalla tazza del cesso, meno male che chiudono la tavoletta!

Infine, ecco le risposte che cercate:

1. No, l’attore messicano naturalizzato americano che interpreta Ramon è Beyardo De Murguia e non Quagliarella.

2. La Archer School of Ballet non esiste, fortunatamente (a differenza dei navigator, quelli sì purtroppo)

3. I ballerini, sono dei ballerini veri? Sì, sono attori-ballerini (alcuni professionisti)

4. Sì, c’è un richiamo (neanche tanto velato) al film “Il Cigno Nero”.

5. Neveah, è un dito al culo? Sì.